Come e quando dobbiamo dichiarare le Crypto o gli NFT in Italia

Tenete traccia dei vostri movimenti

Il bacino di investitori è andato ampliandosi notevolmente nel corso del 2021 e ora è tempo di rendicontare i movimenti generati al Fisco.

Il consiglio per chi desidera puntare su asset come Bitcoin (BTC), Ethereum (ETH) o Cardano (ADA) è quello di far fruttare i propri risparmi attraverso piattaforme affidabili e certificate come ad esempio Binance, Crypto.com e Coinbase.

Come spiega Carlo Alberto Micheli, Avvocato e Dottore Commercialista, l’Italia è stata tra i primi paesi a introdurre una regolamentazione inerente alle monete virtuali. Sono previste sanzioni, anche pesanti, in caso di omessa dichiarazione: dal 3% al 15% dell’importo non dichiarato o dal 6% al 30% in situazioni di blacklist. Se gli introiti superano i 50.000 euro si rischia addirittura la reclusione. Queste le sue parole.

L’Italia è stato uno dei primi paesi a legiferare in ambito di monete virtuali per quanto riguarda la disciplina antiriciclaggio. La situazione è delineata ed esiste una prassi amministrativa che si sta stratificando nel nostro tessuto giuridico. Le monete virtuali vanno dichiarate in quanto attività di natura estera, e l’articolo 4 del decreto legislativo 167/ 90 obbliga i possessori di tali attività ad indicarle nel quadro RW della dichiarazione dei redditi che ogni anno
dobbiamo presentare.

In estrema sintesi: sì, le criptovalute vanno dichiarate. Non farlo è considerato a tutti gli effetti un reato.

Questo significa che, se possediamo moneta virtuale, siamo obbligati a fare il cosiddetto monitoraggio fiscale, cioè comunicare all’amministrazione finanziaria che abbiamo delle attività estere o di natura estera, come le criptovalute, suscettibili di produrre un reddito imponibile. Il discorso vale anche se in quel momento specifico le nostre monete virtuali non generano ricchezza, perché magari siamo solamente in una situazione di plusvalenza latente. Ed il monitoraggio fiscale non comporta il pagamento di alcuna imposta.

Micheli sottolinea come l’impianto normativo non sia sempre chiaro agli investitori e come dichiarare di possedere crypto non si traduca automaticamente nel pagamento di un’imposta. Ciò accade solo se, all’interno del wallet, la giacenza supera i 51.645,69 euro per sette giorni consecutivi (in tal caso ammonta al 26%).

Chi si occupa di controllare che gli italiani paghino le tasse sulle Crypto?

Gioca un ruolo importante in questo contesto il registro degli operatori del settore istituito quest’anno. Si occupa di segnalare alla Guardia di Finanza le generalità di chi fa trading e l’ammontare dei movimenti effettuati, così da far emergere eventuali incongruenze.

Il tutto va a tutela della collettività e a favore dell’azione di contrasto agli illeciti, in primis per quanto riguarda l’antiriciclaggio. Così facendo si proteggono anche gli stessi investitori, evitando che la mancanza di regole ben definite possa tradursi in pericoli per risparmi e portafogli. La prima buona norma da seguire approcciando il mondo della finanza decentralizzata è quella di scegliere una  piattaforma affidabile come Coinbase per gestire le proprie transazioni.

Per quanto riguarda gli NFT come dobbiamo comportartci?

Il discorso cambia invece prendendo in considerazione gli NFT, tipologia di asset che con Bitcoin & co. condivide la natura decentralizzata, ma impiegata in altri ambiti e con finalità prevalentemente diverse. Sono da inserire nella dichiarazione dei redditi? La domanda è lecita. Vediamo cosa risponde un esperto.

L’impiego di criptovalute per l’acquisto dei Non-Fungible Token è da considerarsi alla stregua di un prelievo nel caso in cui segue.

Quando parliamo di tassazione sugli NFT, è importante prestare attenzione all’acquisto dei Non-Fungible Token. Tale acquisto avviene utilizzando monete virtuali come mezzo di scambio, di conseguenza, seguendo le tre impostazioni, l’acquisto configura un prelievo dai wallet di monete virtuali. E quando nei portafogli virtuali, incluse le chiavi privati, si ha una giacenza fiscale superiore a 51.645,69 euro per sette giorni lavorativi consecutivi al tasso di cambio di inizio anno (1 gennaio), i prelievi sono assimilati alla tassazione delle plusvalenze, quindi 26%. Vale a dire, il mio acquisto di NFT, considerati nelle tre impostazioni menzionate quali beni digitali, è alla stregua di un prelievo con conseguente applicazione del 26% all’importo del mio acquisto.

Facciamo riferimento a quanto affermato da Carlo Alberto Micheli, Avvocato e Dottore Commercialista. Di fatto, attualmente in Italia non esiste una legge ad hoc, dunque il da farsi è legato ad alcune circostanze specifiche. Queste le sue parole.

Ad oggi non esiste una legge ad hoc rispetto all’inquadramento fiscale degli NFT, le regole cambiano a seconda di tre casi specifici. Se compro un NFT per collezionarlo e lo rivendo dopo un lasso di tempo, non è prevista tassazione perché si tratta di un’operazione di diletto. Mentre, se nell’arco dell’anno compro e rivendo più NFT, i redditi generati sarebbero da riportare a tassazione tra i ricavi commerciali occasionali, con applicazione dell’aliquota IRPEF e gestione separata INPS. Se invece creo NFT, ovvero avvio un sistema organizzato per la loro compravendita, si configurerebbe un’attività di natura commerciale, o artigianale nel caso della creazione, con obbligo di apertura della Partita IVA. I ricavi, cioè, sono assoggettati a reddito di impresa.

In assenza di una disciplina organica che definisca in maniera puntuale i Non Fungible Token all’interno della normativa fiscale, è quindi fondamentale fare affidamento sui pochi documenti di prassi attualmente disponibili.

Sulla base di quanto contenuto nella Risposta n.14 del 28 settembre 2018, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito come l’operazione che concorre alla formazione del reddito risulta essere quella di erogazione del servizio e/o cessione del bene rappresentato dal gettone digitale.

In dettaglio, ai fini fiscali sarà quindi rilevante la corretta qualificazione dell’operazione relativa alla cessione delle opere d’arte. Pertanto, laddove il cedente operi in ambito professionale, la vendita parteciperà fiscalmente alla formazione del reddito imponibile sulla base delle regole ordinarie previste per i redditi di lavoro autonomo o di impresa.

Nel caso invece il soggetto cedente svolga tale operazione in maniera occasionale, si genererà in capo al venditore un reddito di natura occasionale di cui all’articolo 67 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi.

Infine, nel caso in cui la cessione avvenga da parte di un “collezionista privato”, ossia un soggetto animato da uno spirito culturale, colui che acquista opere d’arte per incrementare la propria collezione e godere della bellezza della sua collezione, gli eventuali incassi con differenziali positivi resterebbero fuori dalla tassazione non avendo “finalità speculativa”.

Tenuto conto della tecnicalità degli argomenti trattati e dei risvolti di natura impositiva, il consiglio è quello di farsi assistere da professionisti di adeguata esperienza al fine di evitare il pagamento di sanzioni piuttosto elevate.

Tuttavia con riferimento agli obblighi di monitoraggio fiscale, l’articolo 4 del decreto legge n. 167 del 1990 prevede del resto che le persone fisiche, gli enti non commerciali e le società semplici ed equiparate residenti in Italia, che, nel periodo d’imposta, detengono investimenti all’estero, ovvero attività estere di natura finanziaria, suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia, devono indicarli nella dichiarazione annuale dei redditi.

Ma possono gli NFT rientrare in tale definizione?

Banksy Bruciato

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